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Di fronte l'Orto Botanico di Napoli, nella traffica e centrale via Foria, al civico 234, c'è un luogo senza tempo dove il passato persiste nella sua inevitabile decadenza mescolandosi ad un presente fatto ormai di ricordi, addolcito da una scenografia lussureggiante e romantica. E' l'antico stabilimento botanico Calabrese, oggi vivaio Calvanese, fondato nel 1864 da Francesco Saverio Calabrese all'interno del palazzo settecentesco opera dell'architetto Pompeo Schiantarelli. Fu il primo vivaio di Napoli, reso famoso dal figlio del fondatore, Francesco Paolo e dalla moglie tedesca Rita Stern, grande viaggiatrice ed anima pulsante del vivaio. Contava nove serre, riscaldate a vapore da una caldaia a carbone. Una vera avanguardia per l'epoca. Nelle serre e lungo i viali si trovano piante rare ed esotiche, spesso condivise con l'Orto Botanico, oltre a una serie di oggetti segnati dal tempo sparsi ovunque come fosse un giardino incantato. Affisse alle pareti scrostate, alcune piastrelle maiolicate riportano frasi e detti popolari mentre cestini sospesi di tillandsie avvinghiate sovrastano la testa in ogni punto. Dalle serre, logorate dal tempo, s'intravedono piante tropicali coltivate in ogni sorta di vaso. La koffehouse, il piccolo studio della signora Stern, conserva fotografie, documenti e dipinti che testimoniano la storia della famiglia Calabrese. Alle pareti, attestati di partecipazione e vincita alle più prestigiose fiere florovivaistiche dell'epoca. Sulla scrivania,tra le fotografie in bianco e nero, le immagini di Pupella Maggio ed Eduardo de Filippo, assidui frequentatori del vivaio ove erano soliti recarsi finite le prove dal vicino teatro San Ferdinando, ed altre foto che ritraggono luoghi della città ormai inesistenti che hanno segnato un'epoca. 

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A guardarlo adesso però sono lontani i tempi del suo splendore ed ovunque si respira un inesorabile abbandono che lotta con la volontà di mantenerne in vita il ricordo. Antonio Calvanese, insieme al fratello Giuseppe, sono gli unici titolari adesso di ciò che prima impegnava venti giardinieri. Antonio ne racconta la storia con gli occhi fieri e colmi di entusiasmo, consapevole di aver ereditato un pezzo di storia di Napoli che purtroppo poco interessa. Con gentilezza ci invita a scoprire ogni angolo segreto, aprendo le porte della koffehouse e raccontando ogni aneddoto su tutto quanto potesse incuriosire. 

La poltrona impolverata, il servizio da the sulla scrivania colma di oggetti di ogni tipo, le foto sparse, il camino, sembrano aver congelato nel tempo quegli istanti fatti di intrattenimento e discorsi con gli ospiti del vivaio. Tutto è rimasto così com'era dall'inizio del 900. Un ultimo giro all'esterno prima di congedarci da Antonio, ed ecco che salta fuori una vasca piastrellata con delle tartarughe d'acqua, una scala a chiocciola liberty ormai impraticabile, riggiole settecentesche, maschere di terracotta e ancora piante che sembrano impossessarsi del luogo, come ultime eredi di quello che un giorno ne resterà.

 

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